Una penna e le parole

Scrivere in termini autobiografici è un atto di cura inteso come coniugazione del “conosci te stesso” e dell’occuparsi di sé.1 È uno spazio esistenziale, anche quotidiano, grazie al quale possiamo intrecciare questi due atti importanti per avvicinarci agli eventi che hanno segnato e segnano la nostra vita. La scrittura educa la disponibilità ad accoglierli, ospitarli, ri-conoscerli come trama narrabile.

Dunque scrivere di sé ci aiuta a conoscerci un po’ di più e a prenderci cura di noi stessi. Quanto incontriamo con la penna è la nostra esistenza: le stagioni attraversate e il presente che viviamo, il futuro da pro-gettare. La scrittura è dunque un esercizio di conoscenza.
Scrivere è concedersi uno spazio nella “geografia dell’anima”, un golfo prossimo alla terra, nel quale potersi un po’ fermare, gettare l’ancora, per incontrare le nostre stesse parole che ci abitano e di cui siamo fatti.

Si rimane per poi levare, ancora una volta, l’ancora per rientrare nella vita nostra musa ispiratrice di scrittura.

Francois Dolto scrive che “Un nome è il punto d’aggancio per un susseguirsi di scoperte”2 e la parola che incontriamo diviene così la possibilità di ri-visitare i passi compiuti ed aprire verso la meraviglia che infonde il desiderio di ricercare, di domande intorno alle quali tentiamo, per l’intera vita, di costruire tracce di senso.

Perché la penna?
Ritrovare le “proprie parole” è un evento importante perché è uno spazio di cura di sé.
Gli eventi che viviamo ci appaiono talvolta così “gonfi” di emozioni, di pensieri da non riuscire a esprimerli e trovarne il disegno di senso.

Ascoltiamo cosa scrive Maria Zambrano:

[…] Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra riconciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive. […] La verità di ciò che accade nel seno nascosto del tempo è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. […] Ma è proprio ciò che non si può dire che bisogna scrivere. […] Il segreto si rivela allo scrittore mentre lo scrive, non quando lo pronuncia.

E’ ciò che non si può dire che bisogna scrivere per allenarci a scavare, ricucire, ri-guardare e trovare significati ancora sconosciuti.
La penna ci aiuta a fare un po’ più di chiarezza; a distanziarci dall’evento apparentemente non narrabile. A scioglierlo in frammenti, a ricostruirlo poi in una forma nuova.
Ci permette, la penna-scrittura, quanto Duccio Demetrio chiama bilocazione cognitiva: la possibilità di staccarci, per un momento dal fatto che ci coinvolge, senza il timore di perderci. La penna non ci allontana da noi, ci riporta a noi e alla nostra parola.
Ci permette di creare una relazione tra me – che – vivo e me – che – scrivo con l’intenzione di aprire uno sguardo diverso, forse di-vergente.
Con la penna possiamo depositare sulla pagina emozioni troppo forti che, talvolta, bloccano il respiro, che producono apnea. Scrivere allora è un modo per ricontattare il respiro.
Ancora. Usare la penna, un foglio significa trovare, scegliere un appoggio: serve fermarsi, sedersi. Trovare un luogo esterno ed interiore per cominciare a ospitare l’emozione, il pensiero che ci abita.
Scrivere in completa solitudine così come avviene nella pratica del diario o scrivere in un contesto “accompagnato” da chi si occupa di metodologie autobiografiche, sono due spazi di esperienza che, pur nella loro diversità attinente ai processi che vengono attivati in termini cognitivi ed emozionali, ci educano al rapporto con noi stessi.

Duccio Demetrio, scrive:

“[…] Scrivere è riscatto, salvezza, amicizia vera per le parole […] Poiché lo scrivere scaturisce dal silenzio della mente, non solo ci abituiamo a tacere, impariamo soprattutto a pensare in modi diversi. Siamo educati dalla scrittura alla riservatezza e al pensiero profondo. In un alternarsi di modi e momenti lo scrivere accellera il nostro eloquio, comunque reso più armonioso del solito. Perché la scrittura, nell’una o nell’altra sua maniera, muta il dolore in un’esperienza maturativa. Rende meno agro assaggiarne il sapore”.3

Lo Studio Psicologia Brescia propone due tipologie di intervento:

1. Atelier di scrittura autobiografica (che si può svolgere in sede o in sedi esterne)

Cosa è avviene nell’atelier di scrittura autobiografica?
Innanzitutto si crea un contesto. Prendersi cura del setting è la prima azione. Un luogo accogliente, tranquillo e silenzioso. Un tavolo sufficiente ampio perché trovino posto chi accompagna nella scrittura e chi scrive. E il necessario: fogli, penna e un quadernetto regalato da chi conduce per i pensieri da raccogliere nel quotidiano.
Le “regole” del patto autobiografico sono condivise: la scrittura è il medium utilizzato durante gli incontri supportata da letture di poesie, di brani narrativi, di frammenti riflessivi.
L’atelier è un luogo non per apprendere “a scrivere bene o ad essere nel tema” ma per intraprendere una ricerca su se stessi, sugli eventi della propria esistenza.
Le regole importanti: sospensione del giudizio rispetto alla propria scrittura e a quella altrui. Cosa significa? Fare un passo indietro affinché le parole che giungono possano essere accolte e senza interpretazione o commento bensì in un atteggiamento di ascolto in risonanze, “ad eco”. Ci si chiede: cosa le parole ascoltate mi aprono? In un atelier ci si fanno “prestiti narrativi”: le parole ascoltate mi aiutano a risvegliare le parti della mia storia e a rispecchiarmi nell’umanità altrui con la quale mi sento accomunato/a in quanto persona.
Ancora: priorità della scrittura su altri mezzi espressivi (salvo l’uso della fotografia come medium che apre alla narrazione). Silenzio durante la scrittura per avvicinarsi alla propria memoria, alla propria interiorità, al proprio pensiero. La scrittura è individuale, non è mai collettiva; intercalata, nella struttura dell’intero atelier, con un lavoro a coppie.
La condivisione: è un momento importante in quanto permette di meta riflettere su quanto è accaduto nella e con la scrittura. Cosa è successo? Una sollecitazione che riporta la priorità del guardare la propria scrittura come evento, accadimento che ci fa scoprire qualcosa di noi. Un nuovo sguardo comincia a far capolino. Non si condividono i contenuti in quanto tali, bensì il processo del lavoro che la scrittura ha attivato. La condivisione da dunque spazio ad una contenuta oralità per con-riflettere nelle modalità sopraindicate e per chi desidera, senza obbligatorietà, leggere il brano ritrovato con la penna. È questo solitamente un momento altamente emozionante sia per chi legge, che si da voce esponendosi, sia per chi ascolta che può rispecchiarsi e sentirsi prossimo dell’umanità altrui.
Le scritture vengono attivate con sollecitazioni predisposte appositamente da chi accompagna seguendo un andamento che possa prima riscaldare il pensiero e la penna ( lavoro su engramma o frammento) e che possa poi ri-trovare trame di significato attraverso forme narrative diverse. Tre sono le fasi importanti che si intrecciano in movimento ciclico e costante affinché lo spazio di scrittura possa diventare spazio di auto- formazione: la fase ricognitiva; la fase di co-costruzione; la fase di riflessione formativa.4

2. La consulenza individuale

Questo intervento si svolge in studio e si articola in incontri di due ore ciascuno.
La consulenza individuale è rivolta a singole persone di ogni età, le quali intendano, ma ne siano impedite o si avvertano a ciò impreparate, a scrivere la loro storia di vita e lasciar traccia di sé, al fine di rimotivarsi alla parola, al racconto, alla scrittura, ma anche al desiderio di esistere e di riprogettare la vita.
La consulenza individuale è rivolta anche a chi intenda intraprendere con la scrittura un percorso di autoanalisi orientato in termini filosofici.