“La competenza emotiva come antecedente della coesione e della soddisfazione nei gruppi di auto mutuo aiuto”

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dalla rivista “Gruppi”, Franco Angeli editore, Febbraio 2010
a cura di Mariagrazia Monaci, Rosanna Trentin, Valentina Fanelli

I gruppi di auto mutuo aiuto, momenti di incontro fra persone che condividono uno stesso problema, sono un fenomeno che presenta una straordinaria molteplicità di scopi, strutture, spinte motivazionali (Bertoldi e Vanzetta, 2001). In generale, con la locuzione «auto aiuto» (o self help) si intendono incontri, idee, attività che fanno riferimento all’aiuto reciproco. Lo strumento “gruppo” è frequentemente utilizzato per promuovere le esperienze di sostegno e i processi di empowerment psicologico e sociale che i membri attivamente ricercano e sperimentano. Per approfondire la conoscenza di questa particolare realtà sociale, ci sembra rilevante esaminarne gli aspetti emotivi, sia individuali sia di gruppo. Questo studio vuole indagare alcuni di tali aspetti nei gruppi di auto mutuo aiuto, nell’ipotesi che la competenza emotiva dei partecipanti sia in grado di influenzare processi essenziali nelle interazioni di gruppo quali la coesione e la soddisfazione ricavata dalla partecipazione.

I gruppi di auto mutuo aiuto

Ad oggi non esiste una definizione univoca e diffusamente accettata di auto mutuo aiuto (ama). Gli studiosi fanno riferimento soprattutto a quella formulata da Katz e Bender (1976, p. 5), secondo la quale

«I gruppi di self help sono strutture di piccolo gruppo, a base volontaria, finalizzate al mutuo aiuto e al raggiungimento di particolari scopi. Essi sono costituiti da pari che si uniscono per assicurarsi reciproca assistenza nel soddisfare bisogni comuni, per superare un comune handicap o un problema di vita, oppure per impegnarsi a produrre desiderati cambiamenti personali o sociali (…). I gruppi di self help enfatizzano le interazioni sociali faccia a faccia e il senso di responsabilità personale dei membri. Essi spesso assicurano assistenza materiale e sostegno emotivo».

L’ama punta alla valorizzazione della persona come soggetto responsabile che, credendo nelle proprie capacità e superando le resistenze al cambiamento, può far fronte alle difficoltà. Secondo Katz (1981) le caratteristiche principali dei gruppi ama sono sei:

1. i gruppi di self help implicano sempre interazioni faccia a faccia;

2. le origini di questi gruppi sono di solito spontanee;

3. la partecipazione personale è un elemento essenziale;

4. i membri esprimono condivisione e si impegnano in particolari azioni;

5. il gruppo parte sempre da una condizione di difficoltà, condivisa da tutti i membri;

6. i gruppi diventano gruppo di riferimento (di risocializzazione), punto di connessione e identificazione con gli altri, una base per l’attività e una
fonte di empowerment.

Esistono diverse tipologie di gruppi, che sono raggruppabili in tre diverse categorie:

1. gruppi che forniscono aiuto in situazione di crisi (come ad esempio gruppi per separati e divorziati, genitori soli ecc.). Questi gruppi rispondono al bisogno di informazione su come riuscire a gestire i nuovi problemi; danno sostegno e aiuto nelle fasi acute di necessità;

2. gruppi che hanno a che fare con persone alle prese con una condizione esistenziale di stigmatizzazione di tipo permanente: persone affette da difetti fisici, ex pazienti psichiatrici. Questi gruppi aiutano a “sopportare” lo stigma o a migliorare l’immagine di se stessi;

3. gruppi per persone intrappolate in una dipendenza: alcolisti, tossicodipendenti, fumatori. Tali gruppi cercano di aiutare i partecipanti a riacquistare il controllo sul proprio stile di vita.

Le motivazioni per cui si ritengono importanti i gruppi di ama sono diverse. Il primo è noto come il processo “tutti sulla stessa barca”: i membri del gruppo hanno la consapevolezza di condividere un problema e di avere uno scopo comune. Non bisogna dimenticare che “nella stessa barca” non ci sono soltanto i problemi e gli scopi, ma anche le risorse dei membri stessi che rappresentano la chiave su cui si innescano i processi di empowerment individuale. Gli studi sul volontariato e, più in generale, quelli sul comportamento prosociale, hanno mostrato che fare del bene crea benessere e che l’identità sociale del volontariato è generalmente riconosciuta e valutata più positivamente rispetto a quella delle “persone comuni”. Esiste una sorta di pregiudizio positivo intorno a chi si impegna per gli altri, una rappresentazione sociale secondo la quale chi fa qualcosa per gli altri è migliore. La potenzialità dei gruppi di ama risiede anche nella possibilità di fare proprio un pregiudizio positivo, rompendo così un pregiudizio negativo che appartiene a chi ha delle problematiche. Con il tempo questo fa emergere, accanto ad un’immagine di sé vulnerabile, dipendente e bisognosa, una persona capace, che ha saputo utilizzare nel gruppo i processi di confronto sociale, indispensabili per il mantenimento di un’identità positiva e per favorire la conservazione di un senso di continuità e di autostima (Taylor, 1983).

Un ulteriore elemento distintivo è quello di rispondere a dei bisogni che molte volte i servizi formali non riescono a coprire; con ciò non si vuole asserire che i gruppi di ama sostituiscano i tradizionali interventi ma che possono essere utilizzati come risorse e supporto, una sorta di valore aggiunto. Caratteristica distintiva è la gratuità dei gruppi; le persone che partecipano al gruppo non devono sostenere dei costi, se non quello di versare una minima quota associativa.

I gruppi rappresentano degli ottimi strumenti di promozione del benessere individuale, ma per capirne a fondo l’efficacia bisogna individuare i fattori che la generano o la potenziano. Uno dei primi a svolgere un lavoro sistematico su tali fattori è stato Yalom (1970) che, occupandosi di gruppi terapeutici, ha osservato come i loro obbiettivi siano analoghi a quelli dei gruppi di ama. Diverse ricerche hanno successivamente confermato la capacità di tali gruppi nel sostenere i membri sia a breve che a lungo termine (Humphreys, 1997). Tra i fattori individuati come fondamentali nell’influenzare l’efficacia terapeutica dei gruppi, vengono indicati: la coesione, la speranza, l’universalità, l’altruismo, l’apprendimento di sé, interpersonale, vicario, l’informazione, la mobilitazione, l’autorivelazione di sé (Di Maria, Lo Verso, 1995). La coesione rappresenta una della caratteristiche cardine; essa è considerata il «cemento» che contribuisce a mantenere e rinforzare le relazione interne al gruppo (Hogg, 1987), condizione necessaria affinché il gruppo esista.

La coesione

La coesione è definibile come la risultante delle forze che agiscono su tutti i membri per trattenerli nel gruppo (Yalom, op. cit.; Budman et al., 1989) o come l’attrattiva che un gruppo esercita sui suoi componenti (Carron et al., 2002). Con ciò ci si riferisce alla condizione dei membri che percepiscono calore e si sentono a proprio agio nel gruppo; che apprezzano il gruppo e a loro volta si sentono apprezzati, accettati e sostenuti dagli altri membri (Bloch, Crouch, 1985). L’appartenenza, l’accettazione e l’approvazione sono elementi indispensabili per lo sviluppo delle persone e, come ha suggerito Braaten (1990), l’interiorizzazione dell’atmosfera di un gruppo accresce un processo di “autocoesione”. È appurato che i gruppi coesi sono caratterizzati da alti livelli di partecipazione e di coinvolgimento. La conseguenza di ciò è che i componenti di un gruppo coeso hanno accesso a un’ampia gamma di esperienze e di emozioni che li aiutano a migliorare il proprio benessere.

Come per il concetto di gruppo, anche per la coesione non esiste un’unica definizione (Bednar, Kaul, 1994); inoltre, i diversi strumenti di misura esistenti fanno sì che, in base alle caratteristiche di quello utilizzato, la coesione assuma significati diversi. Fra i principali strumenti proposti, troviamo quello derivato dal modello di Carron (Carron et al., op. cit.; Carron et al., 2004). Secondo questo modello, per poter valutare la coesione come proprietà di gruppo bisogna innanzitutto che i membri la percepiscano come tale; in secondo luogo, bisogna determinare quanto tale consapevolezza sia legata al modo in cui il gruppo soddisfa gli obbiettivi e le necessità delle persone che ne fanno parte. Questo fa sì che si possono distinguere due aspetti della coesione: l’integrazione di gruppo, che riflette la percezione individuale di quanto il gruppo sia unito, e l’attrazione individuale verso il gruppo, ossia la percezione che ciascun componente ha del proprio coinvolgimento e dei propri sentimenti nei confronti del gruppo. Un ultimo elemento riguarda l’orientamento dei membri: verso il compito oppure verso l’aspetto sociale; il primo rappresenta la motivazione della persona a raggiungere le finalità e gli obbiettivi comuni del gruppo; il secondo riguarda il bisogno e la motivazione della persona a mantenere relazioni e attività sociali all’interno del gruppo. Carron e collaboratori propongono uno strumento di cui hanno esplorato la struttura fattoriale; nella versione originaria della scala sono previsti quattro fattori riducibili a due; la soluzione a due fattori si dimostra statisticamente valida, semplice ed affidabile e si basa sulla posizione largamente condivisa che la coesione possa essere definita essenzialmente dai due aspetti della coesione sul compito e della coesione sociale.

Sono abbastanza numerose le verifiche empiriche degli effetti della coesione su diversi tipi di performance dei gruppi. Ad esempio, uno studio longitudinale in 53 team sportivi ha mostrato come la gestione dei conflitti abbia effetti diretti e positivi sulla coesione e sia in grado di moderare la relazione fra i conflitti relazionali e la coesione, come pure fra i conflitti sul compito e la coesione (Tekleab et al., 2009). Una meta-analisi delle relazioni fra la coesione di gruppo e la relativa performance rivela una notevole correlazione, in particolare quando la performance viene operazionalizzata in termini di comportamenti piuttosto che in riferimento ai risultati; inoltre, diversi aspetti della coesione sono diversamente ed indipendentemente legati a diversi tipi di performance (Beal et al., 2003).

Sono invece poco numerosi gli studi che hanno indagato la coesione all’interno dei gruppi di auto aiuto, e ancora meno quelli che hanno cercato di indagarne le relazioni con un altro aspetto che recentemente è stato indicato come rilevante nel migliorare le performance di diversi tipologie di gruppi, vale a dire la competenza emotiva dei partecipanti. L’obiettivo è rilevante perché è un dato ben noto che il sostegno sociale, e in particolare il sostegno emotivo, è fra i fattori fondamentali per l’efficacia di tali gruppi. Una delle principali caratteristiche di questi piccoli gruppi è proprio l’idea che «io posso contare sugli altri» e «gli altri devono poter contare su di me», perché abbiamo bisogno gli uni degli altri nel tentativo di raggiungere un obiettivo comune (Francescato, Putton, 1995).


La competenza emotiva

L’intelligenza emotiva (IE) è un costrutto relativamente nuovo, che ha suscitato l’interesse sia della comunità scientifica sia del grande pubblico. Fa riferimento alla «capacità di monitorare e dominare le emozioni proprie e altrui e di usarle per guidare il pensiero e l’azione» (Mayer, Salovey, 1997). Il focus principale per comprendere il concetto di intelligenza emotiva risiede in quella che già Gardner nel suo modello sulle intelligenze multiple definiva come intelligenza intra e interpersonale, cioè l’abilità di accesso ai propri affetti e di attingere ad essi come mezzo per capire e guidare il proprio comportamento, e l’abilità di «comprendere gli altri, le loro motivazioni e il loro modo di lavorare, scoprendo nel contempo in che modo sia possibile interagire con essi in maniera cooperativa»; la proprietà fondamentale di quest’ultimo tipo d’intelligenza risiede nella capacità che viene attribuita alle persone di distinguere e di rispondere appropriatamente agli stati d’animo, al temperamento, alle motivazioni e ai desideri altrui (Gardner, 1983). Esistono diversi approcci allo studio dell’IE. I modelli attualmente esistenti, che fanno anche riferimento a strumenti di misura diversi, sono sostanzialmente di due tipi: quelli che identificano l’IE come abilità mentale e quelli misti. I primi pongono la loro attenzione sulle relazioni che intercorrono fra emozioni e pensiero. Ne è un esempio il modello di Mayer e Salovey (op. cit.); questi autori concettualizzano l’IE come un insieme di abilità mentali che possono essere misurate attraverso test di performance che prevedono risposte valutabili obiettivamente e criteri di valutazione predeterminati (Mayer et al., 2003).

Il secondo tipo di modelli considera l’IE sia come abilità mentale sia come un insieme di caratteristiche come motivazione, stati di consapevolezza e comportamenti sociali. Questa forma di IE generalmente è misurata con tecniche di self-report che richiedono alle persone di autovalutare le proprie capacità di IE percepita. Ne costituiscono esempi il modello di Baron (1997) e quello della Six Seconds (Freedman, 2007). I test di performance solitamente condividono una certa sovrapposizione con le misure tradizionali di intelligenza (Ciarrocchi et al., 2001) mentre le misure basate su self-report tendono a essere collegate a tratti di personalità (Schutte et al., 1998).

Sia l’IE percepita sia quella effettivamente messa in atto possono essere importanti predittori della capacità delle persone di adattarsi a diverse situazioni della vita. Evidenze empiriche mostrano che le persone in grado di capire e gestire le proprie emozioni sono più produttive sul lavoro o nelle prestazioni scolastiche (Schutte et al., op. cit.). Sembra anche evidente che le persone con un alto livello di IE siano più abili nel gestire la situazione di gruppo, in quanto sanno regolare l’espressione delle proprie emozioni in modo da influenzare l’umore dei membri del gruppo modulando le proprie risposte affettive in base alle reazioni emotive altrui (Murphy, 2006).

Nel nostro studio, per misurare l’IE abbiamo utilizzato lo strumento proposto dalla Six Seconds, basato su self-report (Freedman, op. cit.; Fariselli et al., 1997). Abbiamo inoltre utilizzato due strumenti che fanno parte parte della batteria “Ass3D” (Zammuner, Kafetsios, 2004): il primo, sempre basato su self-report, valuta la capacità individuale di regolazione delle emozioni e in particolare di riconoscere “Come mi sento”; il secondo è invece una misura di performance della capacità nel riconoscimento facciale delle emozioni. Facciamo quindi riferimento al costrutto di competenza emotiva che comprende diverse forme di capacità individuali di gestione delle emozioni e a diversi modi di misurarle.

Il contesto della ricerca

I gruppi che hanno aderito alla ricerca sono iscritti all’Associazione AMA di Brescia, nata per rispondere alle esigenze di collegare, dare voce e sviluppare esperienze di ama sul territorio. Attualmente all’Associazione aderiscono circa una trentina di gruppi, organizzati per aree:

• area famiglia (gruppi di genitori di figli adolescenti, per separati/divorziati e per genitori soli);
• area disabilità (gruppi di genitori di figli con disabilità e di persone con disabilità);

• area salute mentale (gruppi di genitori di figli con problemi psichici e per persone che soffrono di ansia e depressione);

• area dipendenze (gruppi di persone con disturbi alimentari, dipendenze affettive, di giocatori d’azzardo e familiari);

• area elaborazione del lutto (gruppi per vedovi/e).

Il presente studio vuole esplorare le relazioni che intercorrono tra la

competenza emotiva e la coesione di gruppo, nell’ipotesi che questi aspetti influenzino la soddisfazione della partecipazione al gruppo.

Numerosi studi, condotti in particolare nell’ambito della psicologia dello sport (Rapisarda, 2002; Shapcott et al., 2006; Carron et al., 2004), oppure della psicologia del lavoro (Abraham, 1999; Tekleab et al., op. cit.), hanno mostrato come la competenza emotiva dei membri sia in grado di determinare se le interazioni interne al gruppo aumentino la coesione di gruppo e ne migliorino le performance (Gammage et al., 2001). Uno studio (Rapisarda, op. cit.) ha mostrato come diversi fattori della competenza emotiva (influenza, empatia, orientamento al successo) aumentino la coesione mentre empatia e orientamento al successo migliorano la performance; Abraham (op. cit.) ha verificato l’impatto dell’IE sull’impegno sul posto di lavoro e sul senso di appartenenza all’organizzazione. Come detto, ben pochi sono gli studi condotti nell’ambito dell’ama: citiamo quello condotto sul successo nel funzionamento del gruppo (Fuehrer, Keys, 1988) da cui è emerso che la struttura del gruppo promuove l’importanza di un comportamento costruttivo, che a sua volta incoraggia la coesione.

In sintesi, in base a quanto emerso in letteratura soprattutto in altri ambiti di indagine, con il nostro studio vogliamo verificare nei gruppi di ama le seguenti ipotesi.

Ipotesi 1: individuare quali aspetti della competenza emotiva, come l’intelligenza emotiva, la capacità di regolare la propria risposta emotiva e di riconoscere le espressioni facciali delle emozioni altrui, influenzino la coesione nei gruppi di ama, sebbene non vi siano elementi sufficienti per prevedere quale fattore della coesione, sociale e sul compito, sia più soggetto a tale influenza.

Ipotesi 2: confermare l’influenza della coesione sulla soddisfazione percepita dai membri per la loro esperienza di partecipazione al gruppo e verificare l’ipotesi secondo cui la competenza emotiva avrebbe un effetto rilevante sulla soddisfazione grazie all’azione di mediazione della coesione di gruppo.

Metodo

Partecipanti

Complessivamente sono stati somministrati 89 questionari a membri di diversi gruppi di ama; 12 questionari sono tuttavia stati eliminati perché presentavano un indice di coerenza (indicatore della buona compilazione della misura dell’IE) insufficiente, mentre altri 6 sono stati eliminati in quanto non compilati correttamente o non completati.

Il campione finale risulta quindi costituito da 71 partecipanti (57F), suddivisi in cinque aree, e precisamente: Famiglia (n = 30), Elaborazione del lutto (6), Disabilità (11), Dipendenze (16), Salute mentale (8). I gruppi di ama non sono formalmente categorizzati e, nella scheda dei dati socio-anagrafici, le persone dovevano auto-collocarsi in una categoria. L’età varia dai 21 fino agli 85 anni, media 54,5 (DS 13,1), prevalentemente (84,5%) con età superiore ai 40 anni. La maggioranza dei partecipanti frequenta il gruppo da più di un anno (48; 67,6%) o rientra nell’intervallo 6-12 mesi (14; 19,7%); le restanti persone lo frequentano da meno di sei mesi (9; 12,7%). Il 98,4 delle persone ha espresso il desiderio di continuare a partecipare al gruppo.

Strumenti

Il questionario comprende i seguenti strumenti.

1. Six Seconds Emotional Intelligence Assessment (SEI Freedman, op. cit.; Fariselli et al., op. cit.), composto da 104 item. Nelle analisi dei dati abbiamo utilizzato il punteggio complessivo di IE per ciascun partecipante che ci è stato gentilmente calcolato dalla sede di Firenze della Six Seconds.

2. Due sottoscale della batteria di test denominata Ass3D (Zamunner, Kafetsios, op. cit.). La scala del “Come mi sento” è composta da una selezione di 20 item (la scala originaria ne comprende 26) che indaga le competenze relative alla regolazione delle emozioni; dalla media di tutti gli item è stato ricavato un indicatore complessivo (a.63). La seconda sottoscala valuta la capacità di riconoscimento delle espressioni emotive facciali, attraverso la presentazione di 14 immagini di volti alla quale il partecipante deve rispondere mediante una/due/tre scale tipo-Likert (da 0 che significa “per nulla” a 5 “decisamente molto”) relative a una/due/tre emozioni, e la persona sceglie l’etichetta più pertinente. Dopo ricodifica (assegnando il valore “0” ai punteggi 0 e 1 e il valore “1” ai punteggi da 2 a 5) è stato costruito un indice che identifica il corretto riconoscimento delle espressioni facciali.

3. Group Environment Questionnaire (GEQ; Carron et al., 2002), composto da 18 item (con scale di risposta tipo-Likert a 5 punti da 1 “per nulla”
a 5 “moltissimo”) che misura la coesione di gruppo. Sono stati calcolati (dopo ricodifica degli item con significato opposto) i due indicatori compositi relativi alla coesione sociale (9 item, a.54) e alla coesione sul compito (9 item, a.77).

4. Un feeling thermometer, da 1 “per nulla” a 10 “totalmente”, che misura la soddisfazione percepita della partecipazione al gruppo.

Infine, ogni partecipante compilava una scheda relativa ai dati socio-anagrafici, la partecipazione al gruppo, il desiderio di continuare e la tipologia di gruppo al quale si appartiene.

Procedura

I questionari sono stati consegnati ai facilitatori dei gruppi ama, descrivendo loro la corretta modalità di somministrazione. A loro volta, i facilitatori li hanno somministrati ai membri dei gruppi durante i rispettivi incontri. I questionari sono stati compilati in forma completamente anonima e in modo individuale.

Risultati

La competenza emotiva

Gli indici riguardanti l’IE, il “Come mi sento” e il Riconoscimento facciale sono stati sottoposti ad analisi di varianza a due vie 2 x 3:Genere (M/F) e durata della partecipazione ai gruppi (meno di 6 mesi/fra 6 mesi ed un anno/più di un anno).

Non emergono differenze significative relativamente alla Durata sugli indicatori di competenza emotiva, mentre si ritrova un effetto principale per

Genere (F(70,1) = 5.4, p =.024): le donne ottengono punteggi di IE significativamente più elevati (media 76,7, DS 13,5) rispetto agli uomini (67,6, DS

8,3). Sui punteggi del Riconoscimento facciale (media F 3,4, DS 0,6; M 3,1, DS 0,5) e sul “Come mi sento” (media F 3,1, DS 0,5; M 2,9, DS 0,3) gli andamenti sono nella stessa direzione (con le donne con punteggi più elevati) ma le differenze non raggiungono la significatività.

Le interazioni nei gruppi

I punteggi relativi alla soddisfazione e i due punteggi della coesione di gruppo (sociale e sul compito) sono stati esaminati con lo stesso disegno di analisi di varianza. Emergono differenze significative solo rispetto alla soddisfazione sul fattore principale Durata della partecipazione (F(70,2) = 4,3, p <.01): inizialmente – sotto i sei mesi – è piuttosto alta, poi si abbassa fra i sei mesi e un anno, per tornare ad alzarsi nei partecipanti che frequentano il gruppo da più di un anno. Questo effetto è inoltre qualificato da un’interazione significativa (F(70,2) = 2,8, p <.05): come si può osservare in fig. 1, dove sono riportati gli andamenti delle medie, è nelle donne che la soddisfazione torna a risalire dopo un anno di frequentazione. Nessuna differenza significativa emerge sui punteggi relativi alla coesione.

I diversi tipi di gruppi

Mediante un’analisi di varianza ad una via, seguita dai relativi post-hoc, possiamo individuare quali sono i tipi di gruppi che differiscono significativamente tra loro nei punteggi medi delle variabili considerate. Tuttavia, dato lo scarso numero dei partecipanti in alcune delle cinque aree, i relativi risultati sono da intendere come descrittivi e indicativi.

Per le tre variabili che si riferiscono alla competenza emotiva dei partecipanti, e quindi a caratteristiche individuali relativamente stabili, non emergono, come ipotizzabile, differenze significative.

Per quanto riguarda invece le tre variabili relative alle interazioni interne al gruppo, emergono differenze significative sia per i due punteggi della

coesione sociale (F(70,5) = 3,4, p =.01) e sul compito (F(70,5) = 4,9, p =.002), sia per la soddisfazione (F(70,5) = 3,8, p =.007). Come si può osservare nella fig. 2, sulla coesione sociale i partecipanti al gruppo Dipendenze hanno punteggi significativamente minori rispetto a tutti gli altri gruppi, mentre sulla coesione centrata sul compito, i partecipanti ai gruppi Dipendenze ed Elaborazioni del lutto hanno punteggi significativamente minori rispetto a Famiglia e Disabilità. La maggior soddisfazione è provata dai partecipanti del gruppo Elaborazione del lutto seguito da Disabilità, mentre la soddisfazione minore è provata dal gruppo Dipendenze; dai post-hoc, emerge che vi è differenza significativa solo fra il primo gruppo e gli ultimi tre.


I predittori della coesione e della soddisfazione

Le correlazioni fra le variabili considerate sono riportate in tab. 1 (insieme a medie e deviazioni standard complessive). Per quanto riguarda i tre indicatori della competenza emotiva emerge una correlazione significativa ed elevata fra IE e il “Come mi sento”, mentre il Riconoscimento facciale non correla con gli altri due indicatori. A loro volta, sono, in particolare, IE e “Come mi sento” a correlare con la coesione, sia sociale sia sul compito, mentre il Riconoscimento facciale ha solo una correlazione tendenzialmente significativa ma negativa con la coesione sul compito. Nessuna correlazione significativa emerge fra questi tre indici di competenza emotiva e la soddisfazione. Come ipotizzato, solo i due indicatori di coesione, e in particolare quella sociale, hanno correlazioni significative e di una certa rilevanza con la soddisfazione.

Tab. 1 – Medie, deviazioni standard, e intercorrelazioni far le variabili considerate nello studio

Media Dev Std 1 2 3 4 5 6
1. IE 74.9 13.1 ņ
2. Come mi sento 3.1 .62 .55 ņ
3. Riconoscimento facciale 3.3 .46 .04 .05 ņ
4. Coesione sul compito 3.9 .75 .43 .45 -17 ņ
5. Coesione sociale 3.6 .57 .41 .24 -12 .53 ņ
6. Soddisfazione percepita 7.9 1.9 .02 .04 -01 .22 .39 ņ

Per esaminare congiuntamente le relazioni ipotizzate fra le variabili considerate abbiamo sottoposto a verifica un modello di equazioni strutturali, utilizzando Lisrel8. Solitamente, vengono utilizzate misure multiple per identificare le variabili latenti (vale a dire, viene utilizzato un measurement model). Tuttavia, nel presente studio tale approccio produrrebbe un numero di parametri da stimare troppo alto rispetto alla numerosità del campione; quindi, il modello sottoposto a verifica utilizza gli indicatori compositi dei costrutti delle variabili osservate. Abbiamo analizzato i dati cercando di identificare i predittori della soddisfazione per la partecipazione al gruppo, ipotizzando un ruolo di mediazione per la coesione. Il modello prevede quindi le tre variabili relative alla competenza emotiva con il ruolo di antecedenti (IE, Come mi sento e Riconoscimento facciale), le due variabili relative alla coesione come mediatori (coesione sociale e sul compito) e la soddisfazione come variabile dipendente o criterio.

Dapprima abbiamo sottoposto a verifica il modello teorico descritto, vale a dire un full mediation model, che prevede solo percorsi indiretti fra gli antecedenti (i fattori della competenza emotiva) e la variabile dipendente (la soddisfazione) attraverso la coesione. Successivamente, lo abbiamo messo a confronto con un partial mediation model, che oltre a tutti i percorsi del full mediation model include anche i possibili percorsi diretti fra gli antecedenti e la soddisfazione. I modelli sono stati ridefiniti dopo attento esame e rimozione dei percorsi non significativi (convenzionalmente con t < 2), come suggerito dal Wald test. Sulla base degli indici di modificazione, è stata aggiunta la covarianza fra gli errori dei due indicatori della coesione (dovuta alla varianza di metodo derivante dal fatto che sono misurati con la stessa scala).

Gli approcci attuali suggeriscono di utilizzare diversi indicatori della bontà statistica dei modelli (Bollen, Long, 1993; Jöreskog, Sörbom, 1996); abbiamo quindi considerato i seguenti: chi-quadro (un p non significativo indica un buon adattamento); CFI (valori maggiori di.90 indicano un buon adattamento); RMSEA (valori di.05 o meno indicano un buon adattamento), e infine AIC e CAIC per confrontare modelli alternativi (valori bassi indicano un migliore adattamento).

Gli indici mostrano che il fully mediated model (χ2 = 4,15, df 5, p ns, CFI = 1, RMSEA = 0, AIC = 48,2, CAIC = 119,9), con solo percorsi indiretti fra gli indicatori della competenza emotiva e la soddisfazione e quindi con la totale mediazione della coesione fra antecedenti e variabile criterio, spiega i dati meglio del partial mediation model (χ2 =,1,31, df 2, p ns, CFI = 1, RMSEA =.0, AIC = 51,3, CAIC = 132,9). Il fully mediated model ha il minor rapporto χ2/df (.83 and.66 rispettivamente), come pure minori AIC e CAIC.

I percorsi, e i relativi coefficienti stimati del miglior modello identificato sono presentati graficamente in fig. 2. Come possiamo osservare, troviamo che l’IE predice significativamente sia la coesione sociale sia quella sul compito; il “Come mi sento” ha invece una relazione significativa solamente con la coesione sul compito mentre il Riconoscimento facciale ha solo una relazione tendenzialmente significativa ma negativa con la coesione sul compito. A loro volta, dei due fattori della coesione, è solo la coesione sociale che predice in misura rilevante la soddisfazione, mentre la coesione sul compito non ha una relazione che raggiunga la significatività. La quantità di varianza spiegata (indicata dall’R2) è 17% per la coesione sociale, 27% per la coesione sul compito, 13% per la soddisfazione.